Monday, February 9, 2009

80 ANNI FA I PATTI LATERANENSI SANCIVANO LA CONCILIAZIONE TRA REGNO D'ITALIA E VATICANO

«In nome della Santissima Trinità, premesso che fin dall’inizio delle trattative tra la Santa Sede e l’Italia per risolvere la “questione romana”, la Santa Sede stessa ha proposto che il trattato relativo a detta questione fosse accompagnato, per necessario completamento, da un concordato, inteso a regolare le condizioni della religione e della chiesa in Italia; che è stato conchiuso e firmato oggi stesso il trattato perla soluzione della “questione romana”; Sua Santità il Sommo Pontefice Pio XI e Sua Maestà Vittorio Emanuele III, Re d’Italia, hanno risoluto di fare un concordato, ed all’uopo hanno nominato gli stessi plenipotenziari, delegati per la stipulazione del trattato, cioè per parte di Sua Santità, sua eminenza reverendissima il signor cardinale Pietro Gasparri, suo Segretario di Stato, e per parte di Sua Maestà, sua eccellenza il signor cavaliere Benito Mussolini, primo ministro e capo del governo, i quali, scambiati i loro pieni poteri e trovatili in buona e dovuta forma, hanno convenuto negli articoli seguenti...»
Iniziava così il Trattato che - 80 anni fa, l'11 febbraio 1929 - poneva fine alla vertenza che dalla «breccia di Porta Pia» (20 settembre 1870) opponeva la Santa Sede ed il mondo cattolico al Regno d’Italia. La notizia colse di sorpresa l’Italia intera e lo stesso corpo diplomatico.
Dopo l’annessione di Roma e di quel che restava dello stato pontificio al Regno d’Italia (Umbria e Marche erano già state annesse nel 1860), il giovane Regno aveva tentato più volte la composizione della vertenza con la Santa Sede.
Il 13 maggio 1871 era stata varata la «legge delle Guarentigie» che riconosceva al papa il libero esercizio della funzione spirituale e l’extraterritorialità del Vaticano, del Laterano e di Castel Gandolfo; ma Pio IX aveva rifiutato di riconoscere la legge.
Nel 1880, in uno storico discorso tenuto al Duomo di Milano dinanzi a 16 vescovi e ad un gran numero di sacerdoti, un religioso autorevole come mons. Geremia Bonomelli aveva affermato doversi riconoscere fatto compiuto ed irrevocabile Roma capitale d’Italia ed aveva invocato la pace tra i due Sovrani della Città Eterna.
Qualche anno più tardi, si credette cosa fatta la conciliazione quando il Re d’Italia Umberto I venne ricevuto con onori dovuti ad un Sovrano dal vescovo di Firenze e, qualche giorno più tardi, da quello di Terni.
Vicino al successo giunsero i tentativi del generale ungherese Thur e del garibaldino e deputato Achille Fazzari.
Allo scoppio della prima guerra mondiale, il Re di Spagna offrì al papa il palazzo dell’Escurial e l’offerta venne ribadita a Benedetto XV con pubblica lettera dai vescovi spagnoli.
Il cardinal Gasparri, lo stesso che avrebbe sottoscritto il patto dell’11 febbraio 1929, rispose che «la Santa Sede aspettava la sistemazione in Italia, non dalle armi straniere, ma dal senso di giustizia del popolo italiano, nel suo verace interesse». Era il segno di una disponibilità chiara e nel 1919, auspici il prelato statunitense Franck Kelly ed il Desiré-Félicien-François-Joseph Mercier, cardinale del Belgio, come si legge in un eccezionale ed assai poco conosciuto documento: «il primo giugno, mons. Cerretti si incontro con l’on. Orlando nella camera 135 dell’hotel Ritz. Olando confermò tutta la conversazione avuta con mons. Kelly; mons. Cerretti gli sottopose un breve esposto ella questione e della possibile soluzione, scritto di propria mano dal cardinale segretario di Stato. Orlando disse che in massima accettava ... ma il 15 giugno l’on. Orlando, tornato a Roma ed affrontato il voto della Camera, si trovò in minoranza e diede le dimissioni».
Ciò che non riuscì a Vittorio Emanuele Orlando fu possibile a Benito Mussolini, il quale se lo pose come obiettivo ancor prima di assumere il potere, dichiarandolo in una seduta alla Camera dei deputati e creandosi così le premesse per l’appoggio dei Popolari al governo che avrebbe costituito anche con ministri popolari, appunto, dopo la marcia su Roma.
Il 6 febbraio 1922 ascese al soglio pontificale Achille Ratti, nativo di Desio in Lombardia; assunse il nome di Pio XI e, rompendo una consuetudine inaugurata dopo Porta Pia, volle benedire il popolo dalla loggia esterna di San Pietro. Per la rima volta dalla cosiddetta «spoliazione», il Papa rivolgeva il proprio sguardo sul territorio del Regno, non più considerato nemico: era un chiaro segnale.
Di la a qualche mese, il 30 ottobre dello stesso anno, Mussolini formava il suo primo governo, del quale facevano parte diversi popolari, tra i quali Giovanni Gronchi, futuro presidente della Repubblica, nella circostanza nominato sottosegretario all’Industria e Commercio; a quel Governo e per qualche anno ancora diedero il proprio voto il partito cattolico italiano e lo stesso Alcide Degasperi. Nella rapidità delle trattative (marcia su Roma: 28 ottobre; presentazione del primo governo Mussolini), vi sono storici che vedono tra il fascismo e popolari un precedente accordo, forse proprio nell’obiettivo della soluzione della «questione romana».
Le trattative ufficiali tra Vaticano e governo italiano per addivenire all’accordo iniziarono ufficialmente sin dai primi mesi del 1923, anche se vennero sempre avvolte nella più rigorosa discrezione. Durarono, dunque, ben sei anni e furono laboriose oltre ogni immaginazione.
L'Italia pagò i territori dell'ex Potere temporale
Del concordato fece parte integrante un’apposita convenzione finanziaria che, in effetti, ebbe valore politico per entrambe le parti. In essa si leggeva: «II Sommo Pontefice, considerando da un lato i danni ingenti subiti dalla sede apostolica per la perdita del patrimonio di San Pietro costituito dagli antichi Stati Pontifici, e dei beni degli enti ecclesiastici, e dall’altro i bisogni sempre crescenti della Chiesa pur soltanto nella città di Roma, e tuttavia avendo anche presente la situazione finanziaria dello Stato e le condizioni economiche del popolo italiano, specialmente dopo la guerra, ha ritenuto di limitare allo stretto necessario la richiesta di indennizzo, domandando una somma, parte in contanti e parte in consolidato, la quale e in valore molto inferiore a quella che a tutt’oggi lo Stato avrebbe dovuto sborsare alla Santa Sede medesima, anche solo in esecuzione dell’impegno assunto con la legge del 13 maggio 1871; che lo Stato italiano, apprezzando i paterni sentimenti del Sommo Pontefice, ha creduto doveroso aderire alla richiesta del pagamento di detta somma. Le due alte parti, rappresentate dai medesimi plenipotenziari, hanno convenuto: Art. 1. L’Italia si obbliga a versare, allo scambio delle ratifiche del trattato, alla Santa Sede la somma di lire italiane 750.000.000 (settecentocinquanta milioni) ed a consegnare contemporaneamente alla medesima tanto consolidato italiano 5 per cento al portatore (col cupone scadente al 30 giugno p.v.) del valore nominale di lire italiane 1.000.000.000 (un miliardo).
Art. 2. La Santa Sede dichiara di accettare quanto sopra a definitiva sistemazione dei suoi rapporti finanziari con l’Italia in di dipendenza degli avvenimenti del 1870»
.
Altre clausole economiche riguardarono la proprietà di edifici e l’esenzione fiscale scale di una serie di altri beni. L’Italia riconobbe alla Città del Vaticano la prerogativa di Stato libero e dotato piena sovranità territoriale. Venne anche individuata una seconda categoria di edifici dotati di immunità diplomatica, alla pari delle sedi di ambasciate o di legazioni estere:
- il Laterano con la Basilica di San Giovanni e tutti gli annessi e dipendenze (fu questa l’antica sede papale prima del Vaticano e la Basilica è considerata la prima chiesa della cristianità);
- la Basilica Liberiana di Santa Maria Maggiore con il palazzo annesso;
- la Basilica ostiense di San Paolo e l’edificio annesso dell’Abbate;
- la villa apostolica di Castel Gandolfo con i suoi annessi e dipendenze, presenti e future;
- gli edifici in costruzione sul Granicolo appartenenti al Collegio di Propaganda Fide;
- il Palazzo della Dataria nei pressi della reggia del Quirinale, sede dei tribunali della Rota e della Segnatura;
- il palazzo quattrocentesco di Corso Vittorio Emanuele, sede del cancelliere di Santa Romana Chiesa;
- il Palazzo del Collegio Urbano di Propaganda Fide a Piazza di Spagna; il Palazzo del Vicariato in Piazza della Pigna.
Una terza categoria di proprietà della Santa Sede venne riconosciuta esente da imposte comunali, provinciali e governative e non soggette ad esproprio per ragioni di pubblica utilità:
- l’Università Gregoriana che era in costruzione in Piazza della Pilotta e destinata alla formazione dello stato maggiore della Chiesa;
- l’Istituto Biblico nell’antico Palazzo Muti, parimenti in Piazza della Pilotta, ove si studiano la critica dei testi sacri e le discipline attinenti alla conoscenza della Bibbia;
- l’Istituto Orientale per la preparazione delle Missioni in Oriente; l’Istituto di Archeologia Cristiana;
- il Seminario Russo e il Seminario Lombardo nello stesso nuovo abitato di Sant’Antonio;
- i due palazzi dell’Apollinare, già sede del Vicariato e di una scuola classica ed ora sede dell’Istituto per il Canto Liturgico e per altre istituzioni;
- la Casa per gli esercizi del Clero presso San Giovanni e Paolo a1 Celio.
I Cardinali ottennero il rango di Principi ereditari
Sul piano dei principi, il Regno d’Italia si impegnò ad assicurare alla Chiesa cattolica, il libero esercizio del potere spirituale, il libero e pubblico esercizio del culto, nonché della sua giurisdizione in materia ecclesiastica; la libera corrispondenza con i vescovi, col clero e con tutto il mondo cattolico senza alcuna ingerenza del governo italiano; i religiosi vennero dispensati dal servizio militare e dalle funzioni di giurato; ed i Cardinali ottennero tutti il rango di Principi ereditari, in quanto tutti in grado di poter essere nominati Papa e quindi di assumere il ruolo di Sovrano.
Il Vaticano ottenne poi il riconoscimento del matrimonio religioso anche agli effetti civili, il riconoscimento su tutto il territorio nazionale e delle colonie dei titoli accademici ecclesiastici, nonché dei titoli cavallereschi e nobiliari pontifici. Lo Stato italiano, inoltre, riconobbe come festivi i giorni stabiliti dalla Chiesa: tutte le domeniche; il primo giorno dell’anno; l’Epifania; San Giuseppe; L’Ascensione; il Corpus Domini; la festa dei SS. Apostoli Pietro e Paolo (29 giugno), l’Assunzione della Beata Vergine Maria (15 agosto); Ognissanti (1° novembre: L’Immacolata Concezione 8 dicembre) e Natale.
Il Vaticano rinunciò alla rivendicazione degli ex territori pontifici e riconobbe lo Stato italiano nella sua integrità territoriale
Dal canto suo, la Santa Sede riconobbe lo Stato italiano, nella sua piena integrità territoriale, rinunciando alla rivendicazione degli ex territori pontifici.
Il trattato stabilì che «la scelta degli arcivescovi e vescovi appartiene alla Santa Sede, ma anche che prima di procedere alla nomina di un arcivescovo o di un vescovo diocesano o di un coadiutore cum iure successionis, la Santa Sede comunicherà il nome della persona prescelta al governo italiano per assicurarsi che il medesimo non abbia ragioni di carattere politico da sollevare contro la nomina; e che i vescovi, prima di prendere possesso delle loro diocesi, prestano nelle mani del capo dello Stato un giuramento di fedeltà secondo la formula seguente: “Davanti a Dio e sui Santi Vangeli, io giuro e prometto, siccome si conviene ad un vescovo, fedeltà allo Stato Italiano. Io giuro e prometto di rispettare e di far rispettare dal mio clero il Re ed il Governo stabilito secondo le leggi costituzionali dello Stato. Io giuro e prometto inoltre che non parteciperò ad alcun accordo né assisterò ad alcun consiglio che possa recar danno allo Stato Italiano ed all’ordine pubblico e che non permetterò al mio clero simili partecipazioni. Preoccupandomi del bene e dell’interesse dello Stato Italiano, cercherò di evitare ogni danno che possa; minacciarlo".
E venne stabilito anche (art. 12) che «nelle domeniche e nelle feste di precetto, nelle chiese in cui officia un capitolo, il celebrante la messa conventuale canterà, secondo le norme della sacra liturgia, una preghiera per la prosperità del Re d’Italia e dello lato Italiano».
Come abbiamo detto, la conclusione delle trattative colse di sorpresa il mondo intero e, ad annunciarla volle essere lo stesso Vaticano con una edizione straordinaria dell’«Osservatore Romano». E lo fece con un altro importante, anche se molto discreto, ammorbidimento, che «Il Popolo d’Italia» riferì così: «È noto che dopo il 1870 l’“Osservatore Romano”, sotto il nome del giornale recava lo stemma pontificio con a destra la scritta “unicuique suum” ed a sinistra “non prevalebunt “. Oggi la testata e cambiata e l’arma pontificia spicca in campo bianco; le scritte sono state soppresse».

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