Saturday, February 28, 2009

RIDICOLE ACCUSE A VITTORIO EMANUELE III IN MERITO AL DELITTO MATTEOTTI

L’ipotesi avanzata nei giorni scorsi dal quotidiano "L'Avanti", secondo la quale Giacomo Matteotti non sarebbe stato ucciso su istigazione di Mussolini per scongiurare rivelazioni su brogli elettorali che avrebbero consentito al fascismo di vincere le precedenti elezioni, ma il delitto sarebbe stato commissionato dalla Corona, per coprire “uno sporco affare di petrolio” da parte di Vittorio Emanuele III, non sta assolutamente in piedi, per le seguenti ragioni:

1) Nell’ultimo discorso tenuto alla Camera dei Deputati il 30 maggio 1924, Giacomo Matteotti attaccò violentemente il fascismo e, come risulta dai verbali della Camera, non fece assolutamente riferimento ad un sia pur marginale coinvolgimento della Corona in una qualsiasi implicazione.
Il parlamentare socialista ebbe una sorta di profetica premonizione della sua sorte, tanto è vero che, finito di parlare, disse ai colleghi: “Ed ora, potete preparare il mio funerale”.
Premonizione fondata, se si considera che due giorni dopo quell’intervento, il quotidiano del Partito fascista Mussolini scriveva che era necessario “dare una lezione al deputato del Polesine”.
Fatti che dimostrano come quel delitto fosse stato determinato da ciò che Matteotti aveva già detto e non da ciò che avrebbe potuto dire.
Anche perché qualora Matteotti fosse stato a conoscenza di elementi di denuncia nei confronti di Vittorio Emanuele III non avrebbe omesso di lasciarne traccia in quello che prevedeva essere la sua ultima possibilità di denuncia.

2) Che fosse l’attacco al fascismo e non alla Corona la ragione dell’omicidio è confermato dal Rodolfo Morandi, già compagno di Giacomo Matteotti, il quale in un discorso pronunciato a Fratta Polesine nella celebrazione del 30° anniversario della morte del deputato socialista e pubblicato dalla Direzione del P.S.I..(1954, quindi già in repubblica), riportò uno stralcio di un discorso che Matteotti tenne nel marzo 1921: “Voglio la lotta contro il fascismo. Per vincerla bisogna inacerbirla”; la prova che Matteotti aveva da tempo programmato la strategia della sua lotta di fisica e violenta contrapposizione al fascismo, che era il suo unico obiettivo; non la Corona, nonostante il fatto che lui fosse dichiaratamente repubblicano.

3) Come si legge nei verbali degli interrogatori tenutisi il 23 luglio 1924, tanto Cesare Rossi che Amerigo Dumini, i due principali imputati nel processo per l’uccisione del deputato socialista, pur non ammettendo di aver eseguito l’omicidio, confermarono di aver partecipato al rapimento di Matteotti; Dumini ammise di essere stato alla guida dell’auto sulla quale fu caricato dopo il rapimento ed anche di aver forzato il cassetto per estrarne i ferri utilizzati per scavare la buca.
A quell’efferato delitto presero parte A. Dumini, A. Volpi, A. Poveromo, A. Putato, A. Malacria e G. Viola, tutti elementi che non hanno mai avuto rapporti con la Corte, mentre frequentavano regolarmente la sede del Partito fascista ed a loro nome risultarono pagamenti effettuati dal segretario amministrativo del Partito fascista Marinelli.
Il cadavere di Matteotti fu ritrovato il 16 agosto 1924. La notizia del delitto suscitò un'ondata di orrore e di indignazione che parve mettere in pericolo le basi dello stesso governo.
4) Re Vittorio Emanuele III, a riprova dell’infondatezza di una qualsiasi complicità, pensò a nuove elezioni; ma, tutta la parte moderata, a cominciare da Salandra scongiurarono il Sovrano dall’adottare provvedimenti dagli effetti destabilizzanti; il Vaticano esiliò lo scomodo don Luigi Sturzo; e le opposizioni si rifugiarono nell’Aventino, che fu un errore; lo ammise lo stesso Partito comunista, che tentò di prendere le distanze dall’iniziativa, ma, quando lo fece, era già troppo tardi.

5) Nel 1947 fu celebrato il processo contro i superstiti esecutori materiali del delitto Matteotti (Dumini, Poveromo e Viola), che furono condannati a 30 anni di reclusione; ma neanche allora, nonostante si fosse già in repubblica e ci fosse tutto l’interesse politico a farlo, si poté fare alcun riferimento a possibili coinvolgimenti della Corona.

6) Del resto, se vi fossero state sia pur labili ipotesi di responsabilità di Vittorio Emanuele III, si può davvero pensare che Mussolini non le avrebbe usate, almeno durante la repubblica sociale, quando lanciò accuse di ogni tipo contro la Monarchia? Mentre, invece, non si trova un solo accenno né negli scritti e neppure nelle biografie autorevoli di Mussolini all’ipotesi di una pista Sabauda all’omicidio Matteotti.

7) Ancora più infondata l’argomentazione secondo la quale Aimone di Savoia, nell’autunno 1942, avrebbe raccontato “a un gruppo di ufficiali che nel 1924 Matteotti si recò in Inghilterra dove” sarebbe stato ricevuto, “come massone d’alto rango, dalla Rispettabile Loggia The Unicorn And The Lion. E venne casualmente a sapere che in un certo ufficio della Sinclair , associata all’Anglo Persian Oil, la futura BP, esistevano due scritture private. Dalla prima risultava che Vittorio Emanuele III, dal 1921, era entrato nel registro degli azionisti senza sborsare una lira; dalla seconda risultava l’impegno del re a mantenere il più possibile ignorati (covered) i giacimenti nel Fezzan tripolino e in altre zone dell’entroterra libico”.
Argomentazione infondata, ma anche – nella remota ipotesi fosse stata vera – non tale da giustificare un omicidio; ecco perché:
a) Non vi sarebbe stato nulla da nascondere, nel caso di acquisizioni di azioni da parte di Vittorio Emanuele III; ed, in ogni caso, dove sarebbero finite quelle azioni?
b) Se vi fosse stato motivo di ricatto nell’operazione, possibile che Usa e Gran Bretagna non l’avrebbero usata durante il secondo conflitto mondiale, per destabilizzare un Paese nemico?
c) Nel 1921, l’entroterra libico – Fezzan compreso – non era ancora sotto il controllo del Regio Esercito; il Fezzan venne completamente riconquistato nel febbraio 1930; e, quindi, non era nemmeno possibile sapere di giacimenti petroliferi, che si cominciarono a sondare solo a partire dal 1938 e si ritenevano molto limitati, al punto che non sarebbe mai valsa la pena tenere “covered”.
d) Appare assai improbabile che colui che nel 1942 era Re di Croazia facesse dei pettegolezzi su questioni sulle quali aveva taciuto sino ad allora e che – se vere – sarebbero state scottanti; e che le facesse con persone non di assoluta fiducia ed in una fase particolarmente critica di un conflitto immane.
e) Appare ancora meno probabile che Giacomo Matteotti avesse rapporti di confidenza con Aimone di Savoia, nato nel 1900, e notoriamente, come del resto tutto il ramo degli Aosta, molto vicino al fascismo.
f) L'insinuazione è tanto più infondata, in quanto, tra l'altro, non se ne citano - se non vagamente - le fonti; chi l'avrebbe confermata? Data la sua rilevanza - qualora fosse stata autentica - si sarebbero dovuti fare nomi e cognomi, mentre, invece, non si precisa chi avrebbe riportato la pretesa "confessione" di Aimone di Savoia, in quale circostanza e con quale documentazione.

8) Determina sospetto il fatto che di queste vicende si sia cominciato a parlare quando – morti tutti i protagonisti che avrebbero potuto dare delle risposte attendibili – si può sparare in assenza di contraddittorio.

9) I sostenitori di questa tesi assolutamente infondata concludono con questo risibile passaggio: “Dal delitto Matteotti, Mussolini e Casa Savoia sono sempre andati d’accordo e mai alcun dissidio è nato in seguito fra fascismo e monarchia, dalle leggi liberticide del 1925, alle leggi razziali del 1938, alla dichiarazione di guerra del 1940, sino al 25 luglio 1943 e all’8 settembre 1943, quando per cercare di salvare la Corona, il re non trovò di meglio che fuggire all’estero”.

10) Non corrisponde a verità che i rapporti tra Mussolini e Casa Savoia non abbiano avuto “mai alcun dissidio”, come affermato; la smentita la si ritrova nei “Diari di Galeazzo Ciano” , il quale il 17 luglio 1938 riferisce di una tuonata di Mussolini contro la Monarchia: "‘Non ha mai fatto un gesto impegnativo verso il Regime. Aspetto ancora perché il Re ha 70 anni e spero che la natura mi aiuti’. É sempre più deciso a sbarazzarsi dei Savoia alla prima possibilità”.
Altrettanto illuminante quanto Ciano annota il 28 novembre 1938: “Trovo il Duce indignato col Re. Per tre volte, durante il colloquio di stamane, il Re ha detto al Duce che prova una ‘infinita pietà per gli ebrei’. Ha citato casi di persone perseguitate, e tra gli altri il generale Pugliese che, vecchio di ottant'anni e carico di medaglie e ferite, deve rimanere senza domestica. Il Duce ha detto che in Italia vi sono 2.000 persone con la schiena debole che i commuovono sulla sorte degli ebrei. Il Re ha detto che è tra quelli. Poi il Re ha parlato anche contro la Germania per la creazione della 4 divisione alpina. Il Duce era molto violento nelle espressioni contro la Monarchia. Medita sempre più il cambiamento di sistema. Forse non è ancora il momento. Vi sarebbero reazioni. Ieri a Pesaro il comandante del Presidio ha reagito contro il Federale che aveva dato il saluto al Duce e non quello al Re”.

11) Vittorio Emanuele III si impegnò anche per evitare l’entrata in guerra dell’Italia; è nota la lettera inviata dalla Regina Elena alle Sovrane dei Paesi neutrali per una mediazione per scongiurare il dilagare del conflitto; lettera che non vi sarebbe mai stata senza il coinvolgimento del Re.

12) Un’ultima considerazione. L’estensore delle invettive a Vittorio Emanuele III, ha concluso il suo infondato atto d’accusa, affermando che l’8 settembre 1943, “per cercare di salvare la Corona, il re non trovò di meglio che fuggire all’estero”. In quella circostanza, Vittorio Emanuele III da Roma si recò a Pescara, di dove, a bordo dell’incrociatore “Baionetta”, andò a Brindisi; e né Pescara, né Brindisi sono all’estero. Quanto basta per valutare l’attendibilità delle accuse rivolte.

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