Tuesday, December 1, 2009

coerenza
mercoledì 25 novembre 2009

Fu Vittorio Emanuele III a creare l'Istituto Internazionale di Agricoltura, provenitore della FAO
di WALDIMARO FIORENTINO
Il recente vertice internazionale della FAO tenutosi a Roma e l’attenzione che ha suscitato hanno riproposto il tema della fame che affligge gran parte dell’umanità e, pertanto, anche l’esigenza di un mondo più solidale e più giusto.Quello che pochi sanno è che l’attenzione su questi temi, in maniera meno cruenta e spettacolare, ma assai più concreta venne richiamata proprio dall’Italia, che fu, dunque, il primo Paese al inondo a lanciare la crociata contro la fame già quasi un secolo fa, quando il mondo si cullava ancora nella beata incoscienza degli ultimi scampoli della «belle époque».L’idea della costituzione di un simile organismo era venuta per primo a David Lubin, un americano nato in Polonia da famiglia israelita, che dalla sua esperienza di uomo d’affari aveva tratto la convinzione della necessità di mantenere nell’ambito della moderna economica capitalistica un certo equilibrio tra settore industriale e agricoltura. Dopo aver inutilmente cercato di convincere il governo americano a farsi promotore di una iniziativa di questo tipo, venne in Italia e si rivolse a Vittorio Emanuele III, che ricevette lo studioso a San Rossore, dove il sovrano si era recato per passare qualche giorno con la regina Elena reduce dalla maternità per la nascita del futuro Umberto II.Lubin ebbe fortuna, perché il re comprese subito l’importanza del progetto e dette incarico allora presidente del Consiglio Giolitti di preparare una conferenza internazionale. Nel messaggio indirizzato al suo primo ministro per incaricarlo della istituzione di quell’organismo, Vittorio Emanuele III si espresse così: «Le classi agricole, benché siano le più numerose, vivendo disgregate e disperse, non possono da sole provvedere abbastanza né a migliorare, né a distribuire secondo le ragioni del consumo le varie colture, né a tutelare i propri interessi sul mercato, che, per i maggiori prodotti del suolo, facendo mondiale. Di notevole giovamento potrebbe quindi riuscire un istituto internazionale ... cosicché ne fosse agevolata la produzione, reso meno costoso e più spedito il commercio e si conseguisse una più conveniente determinazione dei prezzi: Questo Istituto, procedendo d’intesa con i vari uffici nazionali, fornirebbe anche notizie precise sulle condizioni della mano d’opera agricola nei vari luoghi, in modo che gli emigranti ne avessero una guida utile e sicura; promuoverebbe accordi contro quelle malattie delle piante e del bestiame, per le quali riesce difficile la difesa parziale; eserciterebbe finalmente un’azione opportuna sullo svolgimento della cooperazione rurale, delle assicurazioni e del credito agrario… un Istituto siffatto, organo di solidarietà fra tutti gli agricoltori e perciò elemento poderoso di pace…».L’iniziativa riscosse subito consensi generali. Uno dei più autorevoli quotidiani dell’epoca, «La Tribuna», nel numero di sabato 11 febbraio 1905 dedicò all’annuncio dell’evento un intero paginone e nell’articolo di prima pagina sottolineava lo spirito della istituzione: «Che il pane quotidiano a tutti i cittadini del mondo al minor prezzo ed in misura sufficiente, e che agli agricoltori di tutto il mondo sia retribuita la miglior mercede e sia aperto il mercato più vasto possibile è concetto tanto più geniale quanto più semplice». E «La Tribuna illustrata» dedicò la copertina del numero del 26 febbraio dello stesso anno all’incontro tra Vittorio Emanuele III e David Lubin ritratti nell’atto di stringersi la mano.Consensi vennero pure dall’estero; il britannico «Daily Telegraph» scrisse: «… la proposta del Re d’Italia è degna di essere appoggiata, perché quantunque ci possano essere dubbi sulla quantità del bene che può fare, è fuori dubbio che non può fare che del bene».Anche «L’Alto Adige», che allora si stampava a Trento, dedicò più titoli in prima pagina alla «Iniziativa pacifica del Re», che, considerata la fede degli estensori, evidentemente, non aveva bisogno di specificazioni; il foglio trentino, riprendendo una notizia pubblicata dal britannico «Evening Standard», fece sapere che era stato Guglielmo Marconi a consigliare Davide Lubin di rivolgersi a «Vittorio Emanuele, sovrano moderno ed illuminato»; e, nel numero di lunedì 13 e martedì 14 febbraio 1905, riportò il seguente telegramma inviato da Francesco Giuseppe a Vittorio Emanuele III: «Non voglio tardare a felicitare Vostra Maestà dell’iniziativa presa per la creazione di una istituzione internazionale d’agricoltura che io non dubito troverà in tutti i paesi una eco di simpatia»; telegramma cui il sovrano italiano rispondeva con un altro di analogo tenore; e sempre «L’Alto Adige», nei giorni successivi, riportava un’altra serie di telegrammi di felicitazione e di consenso inviati al Quirinale da capi di Stato di tutto il mondo.Addirittura traboccante d’orgoglio finanche superiore a quello espresso dalla stampa italiana il commento de «Il Piccolo» di Trieste, città che all’epoca faceva parte dell’impero austro-ungarico: «Il pensiero nato a Roma ha l’impronta della città universale… Nel giovane Principe promettevano i conoscitori un uomo di vasto intelletto e di libero giudizio, capace di dar fiamma alla scintilla di una verità che gli venisse rivelata; i primordi del Re d’Italia non li smentirono: oggi con la sua proposta mondiale a favore dell’agricoltura è venuta la fiamma…La splendida pagina dell’intelligenza moderna che il Re d’Italia ha avuto l’onore di segnare con il suo nome… è affermatrice e tutrice di pace e di fratellanza, enunciando la necessità di sommare e non di dividere gli interessi delle nazioni, perché da questi traggano il massimo vantaggio comune; è parola di redenzione e mano tesa generosamente alla povertà di mezzi e allo spirito delle classi agricole, perché si sollevi dal suo umile stato ed in pari tempo intervento dell’alto potere per reprimere quell’affarismo senza scrupoli che determina lo spietato rincaro dei generi di consumo onde soffre, non una nazione o l’altra, ma tutta l’umanità».Dunque, uno spirito che dava risposta con un secolo di anticipo alle istanze del cosiddetto «popolo di Seattle»; naturalmente a quello che cerca risposte e non pretesti per scatenare guerriglie.Ma perché Davide Lubin scelse l’Italia per la realizzazione del suo progetto? Lo spiegò egli stesso in una intervista pubblicata in quei giorni: «Innanzitutto perché il Re d’Italia, malgrado l’età giovanile, ha una mente colta ed esperta in tutte le questioni che interessano il bene dei popoli, on­de era più agevole ottenerne un illuminato consenso. Poi, perché l’Italia è una nazione di media importanza nell’agricoltura internazionale, onde non potrà destare le gelosie delle altre nazioni lanciando l’appello, ciò che invece avverrebbe se questo facesse l’A­merica, che monopolizza i raccolti del cotone, del mais, ecc., o la Russia, che esercita un gran peso nel commercio dei grani, o l’Inghilterra e la Francia che hanno molti e forti mercati di incetta delle derrate alimentari. Infine, perché l’Italia con le bellezze del suo suolo e con le classiche glorie della sua, storia, forma un’attrattiva per gli stranieri di qualsiasi nazionalità, e provoca l’affetto e la simpatia, di tutte le nazioni».Fatto sta che il 7 giugno 1905, in una solenne adunanza, i rappresentanti di numerosi Stati aderirono all’iniziativa italiana, sottoscrivendo l’atto costitutivo dell’Istituto, che prese sede a Roma, nell’edificio fatto costruire appositamente dal sovrano italiano a Villa Umberto e concesso in uso gratuito all’organizzazione.L’Ente traeva i suoi finanziamenti in massima parte dai contributi degli Stati aderenti, che andavano da un minimo di 12.500 lire ad un massimo di 200.000 lire (di allora) e dalla somma annua di 300.000 lire messa personalmente a disposizione da Vittorio Emanuele III, il quale, dunque, oltre ad aver donato la palazzina che doveva servire da sede all’Istituto, versava annualmente nelle casse dello stesso una somma di gran lunga superiore al contributo di qualsiasi Stato.L’istituzione voluta dal sovrano italiano conquistò anche il mondo cattolico di casa nostra, che pure era in contrasto con il Regno d’Italia dopo la «breccia di Porta Pia»; l’assemblea del Partito Popolare (come allora si chiamava il Partito cattolico), a conclusione del Congresso nazionale tenutosi a Torino nell’aprile 1923, votò all’unanimità un lungo e denso ordine del giorno nel quale, tra l’altro, si affermava testualmente: «…è opportuno mettere in risalto l’attività dell’Istituto internazionale di Agricoltura, realizzato con intuito previdente da S. M. il Re Vittorio Emanuele III, come aspirazione a quella unità di produzione e di scambi che sia indispensabile ad assicurare l’equilibrio pacifico nella soddisfazione dei bisogni dei vari popoli».Poi, venne la seconda guerra mondiale, che interruppe la cooperazione internazionale che su questo tema era stata sino ad allora fervida e non aveva subito appannamenti neppure durante le crisi internazionali più acute.L’iniziativa di resuscitare lo spirito dell’Istituto internazionale di agricoltura venne ripresa dagli Stati Uniti che, nel maggio 1943, convo­carono a Hot‑Springs, in Vir­ginia, una conferenza di Sta­ti alleati e neutrali, per la co­stituzione di un organismo permanente per l’alimenta­zione e l’agricoltura, che ven­ne fondato ufficialmente, ap­punto con l’attuale denomi­nazione di Fao, il 16 ottobre 1945 a Quebec, dove si tenne la prima delle sue conferenze biennali. In seguito all’accordo intervenuto nel 1951 con il governo italiano, la Fao fissò definitamente la sua sede centrale in Roma, succedendo, quindi, in tutto e per tutto al precedente Istituto internazionale.A circa un secolo della sua nascita, il mondo intero ha perso la memoria delle origini di questa istituzione; e, purtroppo, anche noi abbiamo dimenticato che fu proprio il nostro Paese, per primo, a prendere coscienza del problema della fame nel mondo; e non sappiamo più neppure cosa sia stato quell’Istituto internazionale d’Agricoltura, progenitore dell’attuale Fao e, che, nei 35 anni di vita sino allo scoppio della seconda guerra mondiale, aveva svolto una mole imponente di lavoro; ma, soprattutto, aveva gettato solide basi per la cooperazione internazionale; un tema che, purtroppo, è tuttora di drammatica attualità. Di questo nostro primato, ci siamo dimenticati persino noi italiani, al punto che, dinanzi alle violenze che hanno contrassegnato il «summit» del «G 8» di Genova, proprio in casa nostra, tra consensi ed indifferenza, è stata formulata la proposta di evitare di tenere a Roma il prossimo vertice della FAO fissato per il prossimo novembre; e vi è stato addirittura chi ha proposto che sia una località dell’Africa ad ospitare non solo le future riunioni, ma la stessa sede della benemerita istituzione. Il fatto costituirebbe una novità pressoché assoluta nella vita di questo istituto nell’intero arco dei quasi 100 anni della sua storia. Infatti, ciò non accadde neppure dopo la nostra sconfitta nel secondo conflitto mondiale; pur nella delicatezza della posizione del nostro Paese, non si volle trascurare il fatto che proprio l’Italia era stato il primo Paese al inondo a lanciare e ad organizzare la crociata contro la fame già nel 1905.

Monday, March 23, 2009

ALMENO CHI RAPPRESENTA LO STATO LA SMETTA DI PARLAR MALE DELL'ITALIA

Resto disorientato dalle dichiarazioni del magistrato Cuno Tarfusser, il quale al telegiornale di Rai 3, invitato a commentare il ritorno in Parrocchia di don Guido Carli, ha risposto testualmente: “Meglio non commentare. In questo paese può succedere di tutto”.
Il disorientamento ha due motivazioni:
1) appare frutto di grande superficialità il fatto che un magistrato non si renda conto che il ritorno di don Carli in Parrocchia non dipenda da azione dello Stato italiano; ma da decisione dell’Organizzazione della Chiesa, indipendente nell’ambito dello Stato; in analoghe e ben più gravi situazioni verificatesi, ad esempio, in Austria e negli Usa, nessuno ha mai pensato dovesse intervenire il potere civile, per rimuovere religiosi dal loro ministero; pertanto, la censura nei confronti del Paese è assolutamente fuori luogo, a meno che non rientri nel ricorso di un abusato luogo comune;
2) trovo assolutamente inqualificabile che un magistrato che rappresenta lo Stato in un Organismo internazionale, rilasci dichiarazioni che esprimono disprezzo nei confronti di questo Stato, nei confronti del quale, tra l’altro, ha prestato giuramento di fedeltà.
Queste sono le cose che non dovrebbero davvero succedere.
Waldimaro Fiorentino

Wednesday, March 18, 2009

VENTISEI ANNI OR SONO LA SCOMPARSA DI RE UMBERTO II

Oggi si celebra in tutta Italia il ventiseiesimo anniversario dalla scomparsa del Quarto Re d'Italia Umberto II, S.A.R. il Principe Vittorio Emanuele ha dichiarato: "Ventisei anni fa mio padre Re Umberto II ci lasciava dopo una lunga e dolorosa malattia. Lo ricordo sempre con amore perchè per me fu un padre attento e premuroso e soprattutto fu un esempio di amore ed abnegazione per la Patria. Non dimenticò mai l'Italia e per lui l'esilio fu certamente più doloroso della lunga malattia che lo portò alla morte. Sono felice di constatare, dai tanti messaggi che ogni anno ci giungono da tutta l'Italia, che Re Umberto II è sempre amato e rispettato da tutti gli italiani perchè fu un Sovrano irreprensibile. Nei suoi pochi anni di Luogotenenza e nel mese di Regno promosse alcune delle più importanti e basilari leggi su cui ancora oggi si fonda la Democrazia italiana, vorrei ricordarne alcune: il Voto alle Donne, lo Statuto Autonomo della Sicilia, il ripristino dell'uso della lingua tedesca in Alto Adige, il Decentramento, le Opere per il Sostegno delle Famiglie, l'abolizione del titolo di eccellenza e molti altri atti mai dimenticati. Vorrei che il suo ultimo desiderio potesse avverarsi in occasione dell'imminente 150° Anniversario dell'Unità Nazionale: possa mio padre essere sepolto al Pantheon dei Re d'Italia a Roma, insieme a mia madre la Regina Maria Josè, a Re Vittorio Emanuele III e ad Elena Regina della Carità. Sarebbe il momento solenne di pacificazione storica che l'Italia merita nell'anniversario della sua Sacra Unità Nazionale".

Saturday, February 28, 2009

RIDICOLE ACCUSE A VITTORIO EMANUELE III IN MERITO AL DELITTO MATTEOTTI

L’ipotesi avanzata nei giorni scorsi dal quotidiano "L'Avanti", secondo la quale Giacomo Matteotti non sarebbe stato ucciso su istigazione di Mussolini per scongiurare rivelazioni su brogli elettorali che avrebbero consentito al fascismo di vincere le precedenti elezioni, ma il delitto sarebbe stato commissionato dalla Corona, per coprire “uno sporco affare di petrolio” da parte di Vittorio Emanuele III, non sta assolutamente in piedi, per le seguenti ragioni:

1) Nell’ultimo discorso tenuto alla Camera dei Deputati il 30 maggio 1924, Giacomo Matteotti attaccò violentemente il fascismo e, come risulta dai verbali della Camera, non fece assolutamente riferimento ad un sia pur marginale coinvolgimento della Corona in una qualsiasi implicazione.
Il parlamentare socialista ebbe una sorta di profetica premonizione della sua sorte, tanto è vero che, finito di parlare, disse ai colleghi: “Ed ora, potete preparare il mio funerale”.
Premonizione fondata, se si considera che due giorni dopo quell’intervento, il quotidiano del Partito fascista Mussolini scriveva che era necessario “dare una lezione al deputato del Polesine”.
Fatti che dimostrano come quel delitto fosse stato determinato da ciò che Matteotti aveva già detto e non da ciò che avrebbe potuto dire.
Anche perché qualora Matteotti fosse stato a conoscenza di elementi di denuncia nei confronti di Vittorio Emanuele III non avrebbe omesso di lasciarne traccia in quello che prevedeva essere la sua ultima possibilità di denuncia.

2) Che fosse l’attacco al fascismo e non alla Corona la ragione dell’omicidio è confermato dal Rodolfo Morandi, già compagno di Giacomo Matteotti, il quale in un discorso pronunciato a Fratta Polesine nella celebrazione del 30° anniversario della morte del deputato socialista e pubblicato dalla Direzione del P.S.I..(1954, quindi già in repubblica), riportò uno stralcio di un discorso che Matteotti tenne nel marzo 1921: “Voglio la lotta contro il fascismo. Per vincerla bisogna inacerbirla”; la prova che Matteotti aveva da tempo programmato la strategia della sua lotta di fisica e violenta contrapposizione al fascismo, che era il suo unico obiettivo; non la Corona, nonostante il fatto che lui fosse dichiaratamente repubblicano.

3) Come si legge nei verbali degli interrogatori tenutisi il 23 luglio 1924, tanto Cesare Rossi che Amerigo Dumini, i due principali imputati nel processo per l’uccisione del deputato socialista, pur non ammettendo di aver eseguito l’omicidio, confermarono di aver partecipato al rapimento di Matteotti; Dumini ammise di essere stato alla guida dell’auto sulla quale fu caricato dopo il rapimento ed anche di aver forzato il cassetto per estrarne i ferri utilizzati per scavare la buca.
A quell’efferato delitto presero parte A. Dumini, A. Volpi, A. Poveromo, A. Putato, A. Malacria e G. Viola, tutti elementi che non hanno mai avuto rapporti con la Corte, mentre frequentavano regolarmente la sede del Partito fascista ed a loro nome risultarono pagamenti effettuati dal segretario amministrativo del Partito fascista Marinelli.
Il cadavere di Matteotti fu ritrovato il 16 agosto 1924. La notizia del delitto suscitò un'ondata di orrore e di indignazione che parve mettere in pericolo le basi dello stesso governo.
4) Re Vittorio Emanuele III, a riprova dell’infondatezza di una qualsiasi complicità, pensò a nuove elezioni; ma, tutta la parte moderata, a cominciare da Salandra scongiurarono il Sovrano dall’adottare provvedimenti dagli effetti destabilizzanti; il Vaticano esiliò lo scomodo don Luigi Sturzo; e le opposizioni si rifugiarono nell’Aventino, che fu un errore; lo ammise lo stesso Partito comunista, che tentò di prendere le distanze dall’iniziativa, ma, quando lo fece, era già troppo tardi.

5) Nel 1947 fu celebrato il processo contro i superstiti esecutori materiali del delitto Matteotti (Dumini, Poveromo e Viola), che furono condannati a 30 anni di reclusione; ma neanche allora, nonostante si fosse già in repubblica e ci fosse tutto l’interesse politico a farlo, si poté fare alcun riferimento a possibili coinvolgimenti della Corona.

6) Del resto, se vi fossero state sia pur labili ipotesi di responsabilità di Vittorio Emanuele III, si può davvero pensare che Mussolini non le avrebbe usate, almeno durante la repubblica sociale, quando lanciò accuse di ogni tipo contro la Monarchia? Mentre, invece, non si trova un solo accenno né negli scritti e neppure nelle biografie autorevoli di Mussolini all’ipotesi di una pista Sabauda all’omicidio Matteotti.

7) Ancora più infondata l’argomentazione secondo la quale Aimone di Savoia, nell’autunno 1942, avrebbe raccontato “a un gruppo di ufficiali che nel 1924 Matteotti si recò in Inghilterra dove” sarebbe stato ricevuto, “come massone d’alto rango, dalla Rispettabile Loggia The Unicorn And The Lion. E venne casualmente a sapere che in un certo ufficio della Sinclair , associata all’Anglo Persian Oil, la futura BP, esistevano due scritture private. Dalla prima risultava che Vittorio Emanuele III, dal 1921, era entrato nel registro degli azionisti senza sborsare una lira; dalla seconda risultava l’impegno del re a mantenere il più possibile ignorati (covered) i giacimenti nel Fezzan tripolino e in altre zone dell’entroterra libico”.
Argomentazione infondata, ma anche – nella remota ipotesi fosse stata vera – non tale da giustificare un omicidio; ecco perché:
a) Non vi sarebbe stato nulla da nascondere, nel caso di acquisizioni di azioni da parte di Vittorio Emanuele III; ed, in ogni caso, dove sarebbero finite quelle azioni?
b) Se vi fosse stato motivo di ricatto nell’operazione, possibile che Usa e Gran Bretagna non l’avrebbero usata durante il secondo conflitto mondiale, per destabilizzare un Paese nemico?
c) Nel 1921, l’entroterra libico – Fezzan compreso – non era ancora sotto il controllo del Regio Esercito; il Fezzan venne completamente riconquistato nel febbraio 1930; e, quindi, non era nemmeno possibile sapere di giacimenti petroliferi, che si cominciarono a sondare solo a partire dal 1938 e si ritenevano molto limitati, al punto che non sarebbe mai valsa la pena tenere “covered”.
d) Appare assai improbabile che colui che nel 1942 era Re di Croazia facesse dei pettegolezzi su questioni sulle quali aveva taciuto sino ad allora e che – se vere – sarebbero state scottanti; e che le facesse con persone non di assoluta fiducia ed in una fase particolarmente critica di un conflitto immane.
e) Appare ancora meno probabile che Giacomo Matteotti avesse rapporti di confidenza con Aimone di Savoia, nato nel 1900, e notoriamente, come del resto tutto il ramo degli Aosta, molto vicino al fascismo.
f) L'insinuazione è tanto più infondata, in quanto, tra l'altro, non se ne citano - se non vagamente - le fonti; chi l'avrebbe confermata? Data la sua rilevanza - qualora fosse stata autentica - si sarebbero dovuti fare nomi e cognomi, mentre, invece, non si precisa chi avrebbe riportato la pretesa "confessione" di Aimone di Savoia, in quale circostanza e con quale documentazione.

8) Determina sospetto il fatto che di queste vicende si sia cominciato a parlare quando – morti tutti i protagonisti che avrebbero potuto dare delle risposte attendibili – si può sparare in assenza di contraddittorio.

9) I sostenitori di questa tesi assolutamente infondata concludono con questo risibile passaggio: “Dal delitto Matteotti, Mussolini e Casa Savoia sono sempre andati d’accordo e mai alcun dissidio è nato in seguito fra fascismo e monarchia, dalle leggi liberticide del 1925, alle leggi razziali del 1938, alla dichiarazione di guerra del 1940, sino al 25 luglio 1943 e all’8 settembre 1943, quando per cercare di salvare la Corona, il re non trovò di meglio che fuggire all’estero”.

10) Non corrisponde a verità che i rapporti tra Mussolini e Casa Savoia non abbiano avuto “mai alcun dissidio”, come affermato; la smentita la si ritrova nei “Diari di Galeazzo Ciano” , il quale il 17 luglio 1938 riferisce di una tuonata di Mussolini contro la Monarchia: "‘Non ha mai fatto un gesto impegnativo verso il Regime. Aspetto ancora perché il Re ha 70 anni e spero che la natura mi aiuti’. É sempre più deciso a sbarazzarsi dei Savoia alla prima possibilità”.
Altrettanto illuminante quanto Ciano annota il 28 novembre 1938: “Trovo il Duce indignato col Re. Per tre volte, durante il colloquio di stamane, il Re ha detto al Duce che prova una ‘infinita pietà per gli ebrei’. Ha citato casi di persone perseguitate, e tra gli altri il generale Pugliese che, vecchio di ottant'anni e carico di medaglie e ferite, deve rimanere senza domestica. Il Duce ha detto che in Italia vi sono 2.000 persone con la schiena debole che i commuovono sulla sorte degli ebrei. Il Re ha detto che è tra quelli. Poi il Re ha parlato anche contro la Germania per la creazione della 4 divisione alpina. Il Duce era molto violento nelle espressioni contro la Monarchia. Medita sempre più il cambiamento di sistema. Forse non è ancora il momento. Vi sarebbero reazioni. Ieri a Pesaro il comandante del Presidio ha reagito contro il Federale che aveva dato il saluto al Duce e non quello al Re”.

11) Vittorio Emanuele III si impegnò anche per evitare l’entrata in guerra dell’Italia; è nota la lettera inviata dalla Regina Elena alle Sovrane dei Paesi neutrali per una mediazione per scongiurare il dilagare del conflitto; lettera che non vi sarebbe mai stata senza il coinvolgimento del Re.

12) Un’ultima considerazione. L’estensore delle invettive a Vittorio Emanuele III, ha concluso il suo infondato atto d’accusa, affermando che l’8 settembre 1943, “per cercare di salvare la Corona, il re non trovò di meglio che fuggire all’estero”. In quella circostanza, Vittorio Emanuele III da Roma si recò a Pescara, di dove, a bordo dell’incrociatore “Baionetta”, andò a Brindisi; e né Pescara, né Brindisi sono all’estero. Quanto basta per valutare l’attendibilità delle accuse rivolte.

Monday, February 9, 2009

80 ANNI FA I PATTI LATERANENSI SANCIVANO LA CONCILIAZIONE TRA REGNO D'ITALIA E VATICANO

«In nome della Santissima Trinità, premesso che fin dall’inizio delle trattative tra la Santa Sede e l’Italia per risolvere la “questione romana”, la Santa Sede stessa ha proposto che il trattato relativo a detta questione fosse accompagnato, per necessario completamento, da un concordato, inteso a regolare le condizioni della religione e della chiesa in Italia; che è stato conchiuso e firmato oggi stesso il trattato perla soluzione della “questione romana”; Sua Santità il Sommo Pontefice Pio XI e Sua Maestà Vittorio Emanuele III, Re d’Italia, hanno risoluto di fare un concordato, ed all’uopo hanno nominato gli stessi plenipotenziari, delegati per la stipulazione del trattato, cioè per parte di Sua Santità, sua eminenza reverendissima il signor cardinale Pietro Gasparri, suo Segretario di Stato, e per parte di Sua Maestà, sua eccellenza il signor cavaliere Benito Mussolini, primo ministro e capo del governo, i quali, scambiati i loro pieni poteri e trovatili in buona e dovuta forma, hanno convenuto negli articoli seguenti...»
Iniziava così il Trattato che - 80 anni fa, l'11 febbraio 1929 - poneva fine alla vertenza che dalla «breccia di Porta Pia» (20 settembre 1870) opponeva la Santa Sede ed il mondo cattolico al Regno d’Italia. La notizia colse di sorpresa l’Italia intera e lo stesso corpo diplomatico.
Dopo l’annessione di Roma e di quel che restava dello stato pontificio al Regno d’Italia (Umbria e Marche erano già state annesse nel 1860), il giovane Regno aveva tentato più volte la composizione della vertenza con la Santa Sede.
Il 13 maggio 1871 era stata varata la «legge delle Guarentigie» che riconosceva al papa il libero esercizio della funzione spirituale e l’extraterritorialità del Vaticano, del Laterano e di Castel Gandolfo; ma Pio IX aveva rifiutato di riconoscere la legge.
Nel 1880, in uno storico discorso tenuto al Duomo di Milano dinanzi a 16 vescovi e ad un gran numero di sacerdoti, un religioso autorevole come mons. Geremia Bonomelli aveva affermato doversi riconoscere fatto compiuto ed irrevocabile Roma capitale d’Italia ed aveva invocato la pace tra i due Sovrani della Città Eterna.
Qualche anno più tardi, si credette cosa fatta la conciliazione quando il Re d’Italia Umberto I venne ricevuto con onori dovuti ad un Sovrano dal vescovo di Firenze e, qualche giorno più tardi, da quello di Terni.
Vicino al successo giunsero i tentativi del generale ungherese Thur e del garibaldino e deputato Achille Fazzari.
Allo scoppio della prima guerra mondiale, il Re di Spagna offrì al papa il palazzo dell’Escurial e l’offerta venne ribadita a Benedetto XV con pubblica lettera dai vescovi spagnoli.
Il cardinal Gasparri, lo stesso che avrebbe sottoscritto il patto dell’11 febbraio 1929, rispose che «la Santa Sede aspettava la sistemazione in Italia, non dalle armi straniere, ma dal senso di giustizia del popolo italiano, nel suo verace interesse». Era il segno di una disponibilità chiara e nel 1919, auspici il prelato statunitense Franck Kelly ed il Desiré-Félicien-François-Joseph Mercier, cardinale del Belgio, come si legge in un eccezionale ed assai poco conosciuto documento: «il primo giugno, mons. Cerretti si incontro con l’on. Orlando nella camera 135 dell’hotel Ritz. Olando confermò tutta la conversazione avuta con mons. Kelly; mons. Cerretti gli sottopose un breve esposto ella questione e della possibile soluzione, scritto di propria mano dal cardinale segretario di Stato. Orlando disse che in massima accettava ... ma il 15 giugno l’on. Orlando, tornato a Roma ed affrontato il voto della Camera, si trovò in minoranza e diede le dimissioni».
Ciò che non riuscì a Vittorio Emanuele Orlando fu possibile a Benito Mussolini, il quale se lo pose come obiettivo ancor prima di assumere il potere, dichiarandolo in una seduta alla Camera dei deputati e creandosi così le premesse per l’appoggio dei Popolari al governo che avrebbe costituito anche con ministri popolari, appunto, dopo la marcia su Roma.
Il 6 febbraio 1922 ascese al soglio pontificale Achille Ratti, nativo di Desio in Lombardia; assunse il nome di Pio XI e, rompendo una consuetudine inaugurata dopo Porta Pia, volle benedire il popolo dalla loggia esterna di San Pietro. Per la rima volta dalla cosiddetta «spoliazione», il Papa rivolgeva il proprio sguardo sul territorio del Regno, non più considerato nemico: era un chiaro segnale.
Di la a qualche mese, il 30 ottobre dello stesso anno, Mussolini formava il suo primo governo, del quale facevano parte diversi popolari, tra i quali Giovanni Gronchi, futuro presidente della Repubblica, nella circostanza nominato sottosegretario all’Industria e Commercio; a quel Governo e per qualche anno ancora diedero il proprio voto il partito cattolico italiano e lo stesso Alcide Degasperi. Nella rapidità delle trattative (marcia su Roma: 28 ottobre; presentazione del primo governo Mussolini), vi sono storici che vedono tra il fascismo e popolari un precedente accordo, forse proprio nell’obiettivo della soluzione della «questione romana».
Le trattative ufficiali tra Vaticano e governo italiano per addivenire all’accordo iniziarono ufficialmente sin dai primi mesi del 1923, anche se vennero sempre avvolte nella più rigorosa discrezione. Durarono, dunque, ben sei anni e furono laboriose oltre ogni immaginazione.
L'Italia pagò i territori dell'ex Potere temporale
Del concordato fece parte integrante un’apposita convenzione finanziaria che, in effetti, ebbe valore politico per entrambe le parti. In essa si leggeva: «II Sommo Pontefice, considerando da un lato i danni ingenti subiti dalla sede apostolica per la perdita del patrimonio di San Pietro costituito dagli antichi Stati Pontifici, e dei beni degli enti ecclesiastici, e dall’altro i bisogni sempre crescenti della Chiesa pur soltanto nella città di Roma, e tuttavia avendo anche presente la situazione finanziaria dello Stato e le condizioni economiche del popolo italiano, specialmente dopo la guerra, ha ritenuto di limitare allo stretto necessario la richiesta di indennizzo, domandando una somma, parte in contanti e parte in consolidato, la quale e in valore molto inferiore a quella che a tutt’oggi lo Stato avrebbe dovuto sborsare alla Santa Sede medesima, anche solo in esecuzione dell’impegno assunto con la legge del 13 maggio 1871; che lo Stato italiano, apprezzando i paterni sentimenti del Sommo Pontefice, ha creduto doveroso aderire alla richiesta del pagamento di detta somma. Le due alte parti, rappresentate dai medesimi plenipotenziari, hanno convenuto: Art. 1. L’Italia si obbliga a versare, allo scambio delle ratifiche del trattato, alla Santa Sede la somma di lire italiane 750.000.000 (settecentocinquanta milioni) ed a consegnare contemporaneamente alla medesima tanto consolidato italiano 5 per cento al portatore (col cupone scadente al 30 giugno p.v.) del valore nominale di lire italiane 1.000.000.000 (un miliardo).
Art. 2. La Santa Sede dichiara di accettare quanto sopra a definitiva sistemazione dei suoi rapporti finanziari con l’Italia in di dipendenza degli avvenimenti del 1870»
.
Altre clausole economiche riguardarono la proprietà di edifici e l’esenzione fiscale scale di una serie di altri beni. L’Italia riconobbe alla Città del Vaticano la prerogativa di Stato libero e dotato piena sovranità territoriale. Venne anche individuata una seconda categoria di edifici dotati di immunità diplomatica, alla pari delle sedi di ambasciate o di legazioni estere:
- il Laterano con la Basilica di San Giovanni e tutti gli annessi e dipendenze (fu questa l’antica sede papale prima del Vaticano e la Basilica è considerata la prima chiesa della cristianità);
- la Basilica Liberiana di Santa Maria Maggiore con il palazzo annesso;
- la Basilica ostiense di San Paolo e l’edificio annesso dell’Abbate;
- la villa apostolica di Castel Gandolfo con i suoi annessi e dipendenze, presenti e future;
- gli edifici in costruzione sul Granicolo appartenenti al Collegio di Propaganda Fide;
- il Palazzo della Dataria nei pressi della reggia del Quirinale, sede dei tribunali della Rota e della Segnatura;
- il palazzo quattrocentesco di Corso Vittorio Emanuele, sede del cancelliere di Santa Romana Chiesa;
- il Palazzo del Collegio Urbano di Propaganda Fide a Piazza di Spagna; il Palazzo del Vicariato in Piazza della Pigna.
Una terza categoria di proprietà della Santa Sede venne riconosciuta esente da imposte comunali, provinciali e governative e non soggette ad esproprio per ragioni di pubblica utilità:
- l’Università Gregoriana che era in costruzione in Piazza della Pilotta e destinata alla formazione dello stato maggiore della Chiesa;
- l’Istituto Biblico nell’antico Palazzo Muti, parimenti in Piazza della Pilotta, ove si studiano la critica dei testi sacri e le discipline attinenti alla conoscenza della Bibbia;
- l’Istituto Orientale per la preparazione delle Missioni in Oriente; l’Istituto di Archeologia Cristiana;
- il Seminario Russo e il Seminario Lombardo nello stesso nuovo abitato di Sant’Antonio;
- i due palazzi dell’Apollinare, già sede del Vicariato e di una scuola classica ed ora sede dell’Istituto per il Canto Liturgico e per altre istituzioni;
- la Casa per gli esercizi del Clero presso San Giovanni e Paolo a1 Celio.
I Cardinali ottennero il rango di Principi ereditari
Sul piano dei principi, il Regno d’Italia si impegnò ad assicurare alla Chiesa cattolica, il libero esercizio del potere spirituale, il libero e pubblico esercizio del culto, nonché della sua giurisdizione in materia ecclesiastica; la libera corrispondenza con i vescovi, col clero e con tutto il mondo cattolico senza alcuna ingerenza del governo italiano; i religiosi vennero dispensati dal servizio militare e dalle funzioni di giurato; ed i Cardinali ottennero tutti il rango di Principi ereditari, in quanto tutti in grado di poter essere nominati Papa e quindi di assumere il ruolo di Sovrano.
Il Vaticano ottenne poi il riconoscimento del matrimonio religioso anche agli effetti civili, il riconoscimento su tutto il territorio nazionale e delle colonie dei titoli accademici ecclesiastici, nonché dei titoli cavallereschi e nobiliari pontifici. Lo Stato italiano, inoltre, riconobbe come festivi i giorni stabiliti dalla Chiesa: tutte le domeniche; il primo giorno dell’anno; l’Epifania; San Giuseppe; L’Ascensione; il Corpus Domini; la festa dei SS. Apostoli Pietro e Paolo (29 giugno), l’Assunzione della Beata Vergine Maria (15 agosto); Ognissanti (1° novembre: L’Immacolata Concezione 8 dicembre) e Natale.
Il Vaticano rinunciò alla rivendicazione degli ex territori pontifici e riconobbe lo Stato italiano nella sua integrità territoriale
Dal canto suo, la Santa Sede riconobbe lo Stato italiano, nella sua piena integrità territoriale, rinunciando alla rivendicazione degli ex territori pontifici.
Il trattato stabilì che «la scelta degli arcivescovi e vescovi appartiene alla Santa Sede, ma anche che prima di procedere alla nomina di un arcivescovo o di un vescovo diocesano o di un coadiutore cum iure successionis, la Santa Sede comunicherà il nome della persona prescelta al governo italiano per assicurarsi che il medesimo non abbia ragioni di carattere politico da sollevare contro la nomina; e che i vescovi, prima di prendere possesso delle loro diocesi, prestano nelle mani del capo dello Stato un giuramento di fedeltà secondo la formula seguente: “Davanti a Dio e sui Santi Vangeli, io giuro e prometto, siccome si conviene ad un vescovo, fedeltà allo Stato Italiano. Io giuro e prometto di rispettare e di far rispettare dal mio clero il Re ed il Governo stabilito secondo le leggi costituzionali dello Stato. Io giuro e prometto inoltre che non parteciperò ad alcun accordo né assisterò ad alcun consiglio che possa recar danno allo Stato Italiano ed all’ordine pubblico e che non permetterò al mio clero simili partecipazioni. Preoccupandomi del bene e dell’interesse dello Stato Italiano, cercherò di evitare ogni danno che possa; minacciarlo".
E venne stabilito anche (art. 12) che «nelle domeniche e nelle feste di precetto, nelle chiese in cui officia un capitolo, il celebrante la messa conventuale canterà, secondo le norme della sacra liturgia, una preghiera per la prosperità del Re d’Italia e dello lato Italiano».
Come abbiamo detto, la conclusione delle trattative colse di sorpresa il mondo intero e, ad annunciarla volle essere lo stesso Vaticano con una edizione straordinaria dell’«Osservatore Romano». E lo fece con un altro importante, anche se molto discreto, ammorbidimento, che «Il Popolo d’Italia» riferì così: «È noto che dopo il 1870 l’“Osservatore Romano”, sotto il nome del giornale recava lo stemma pontificio con a destra la scritta “unicuique suum” ed a sinistra “non prevalebunt “. Oggi la testata e cambiata e l’arma pontificia spicca in campo bianco; le scritte sono state soppresse».

Saturday, December 27, 2008

CONOSCIAMO MEGLIO VITTORIO EMANUELE III

Il 28 dicembre 1947 si spegneva nell’esilio di Alessandria d’Egitto Vittorio Emanuele III; era stato Re d’Italia per 46 anni, durante i quali aveva dato l’avvio alla lotta per la fame nel mondo istituendo l’Istituto Internazionale di Agricoltura, progenitore della FAO (febbraio 1905); aveva promosso la fondazione a Milano della prima «Clinica di medicina del lavoro» (1910) con 20 anni di anticipo su ogni altro paese del mondo; e l’«Istituto nazionale Vittorio Emanuele III per lo studio e la cura del cancro», che fu uno dei primi nel mondo intero.
Nel 1907, Vittorio Emanuele III fondò la «Società italiana per il progresso delle scienze», che aveva il compito di razionalizzare il progresso scientifico, attraverso lo scambio di conoscenza tra gli studiosi italiani, in congressi che si svolgevano ogni anno in città diverse della Penisola, di modo che non vi fossero solo le assise di vertice, ma che la cultura scientifica si diffondesse anche ai diversi strati di un Paese che era più conosciuto per i prodotti della creatività artistica, che non per le scoperte scientifiche e le produzioni tecnologiche.
Nel 1917, il Sovrano aveva istituito, primo esempio al mondo, il «sussidio alla disoccupazione involontaria» ed aveva fondato l’Opera nazionale Combattenti, per la distribuzione ad ex Combattenti di terre di proprietà della Corona e di terre bonificate. Nel 1919, Vittorio Emanuele III equiparò i cittadini d’Oltremare ai cittadini Metropolitani; nel 1921, istituì in Cirenaica il primo Parlamento liberamente eletto nella storia dell’intero Continente Africano.
In 46 anni di regno, il suo appannaggio non aumentò di una sola lira; anzi, diminuì di quattro milioni, perché, all'indomani della prima guerra mondiale, fu lo stesso Re a chiederne la riduzione, per dare un esempio di rigore al Paese; e lo fece con una lettera inviata all'allora presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti; lettera della quale vi voglio dare lettura, ma che sarebbe opportuno fosse fatta conoscere a tutti gli italiani; rileggiamolo:
"Caro presidente,
dopo la nostra grande guerra che ha riunito tutti gli italiani in uno sforzo tenace, dopo le vittorie che hanno dato all'Italia più grande sicurezza e dignità nel mondo, dobbiamo ora riprendere con rinvigorita lena il nostro pacifico lavoro.
Un più modesto tenore di vita deve coincidere con un più grande fervore di opere. E' mio desiderio che parte dei beni fin qui di godimento della Corona ritorni al demanio dello Stato e quanti costituiscono fonte di rendita siano ceduti all 'Opera nazionale combattenti.
L'antico voto di sistemare nel modo più conveniente il patrimonio artistico nazionale, che è tanta gloria italiana, dovrebbe compiersi in questa occasione.
I tesori dell'arte nostra potrebbero essere degnamente raccolti in palazzi dei quali ha fin qui goduto la corona e che potrebbero essere devoluti all'amministrazione delle antichità e delle belle arti.
Vorrei, infine, che la lista civile fosse nello stesso tempo ridotta di tre milioni; ferma mantenendo la restituzione allo Stato, che sarà da me operata come nel passato, del milione rappresentante il dovario della mia genitrice.
Le sarò molto tenuto se ella vorrà formulare questo mio desiderio in un disegno di legge.
La ringrazio fin d'ora e le stringo cordialmente la mano.
Vittorio Emanuele"

Ed è inutile dire che allorché, l'11 settembre 1919, Francesco Saverio Nitti lesse alla Camera quella lettera, i rappresentanti della Nazione, in piedi, applaudirono lungamente.
Con quelle poche e semplici parole, il piccolo grande Re aveva indicato, incamminandovisi per primo, la via del sacrificio, come l'unica che potesse condurre al superamento della crisi.
Da quello stesso momento, infatti, egli rinunziava a 3 milioni di lire (non inflazionati) ad un altro milione aveva rinunciato in precedenza; e rinunziava anche ai palazzi reali di Genova, Milano, Venezia, Firenze, Napoli, Caserta, Palermo (si riservava soltanto quelli di Torino e di Roma), ai castelli di Moncalieri e di Stupinigi, alle ville di Monza, Milano, del Poggio a Caiano, dì Castello della Petraia, di Capodimonte, della Favorita e ad altre minori, alle tenute di Coltano, Poggio a Caiano, Carditeilo, Licola, Astroni e ad altre vaste proprietà fondiarie cedute all' "Opera nazionale combattenti".
Nessun presidente di repubblica, forse in nessuna parte dei mondo, ha mai fatto altrettanto !

In precedenza, aveva fatto approvare le seguenti leggi:
- sulla tutela giuridica degli emigranti (1901);
- per la tutela del lavoro delle donne e dei minori (1902);
- contro la malaria e per la chinizzazione (1902);
- per la istituzione dell’Ufficio del lavoro (1902);
- per la realizzazione delle case popolari (1903);
- il testo unico sugli infortuni sul lavoro (1904);
- sull’obbligo del riposo settimanale (1907);
- sull’istituzione della Cassa nazionale delle assicurazioni sociali (1907);
- sulla mutualità scolastica e sulla istituzione della Cassa nazionale per la maternità (1910);
Tappe di questo programma furono l’istituzione dei «Cavalieri del Lavoro» (1901), che comprendeva anche i «Maestri del lavoro», distinti solo nel 1923.
Sta di fatto che, tra il 1900 ed il 1921, l'Italia recuperò molti dei suoi ritardi storici, corresse i conti pubblici, realizzò opere pubbliche che ancora oggi costituiscono la spina dorsale del Paese; basti pensare che, nel 1921 la nostra rete ferroviaria era pari a quella attuale; e l'Italia, come ha scritto il massimo storico dell'industria italiana Valerio Castronovo, da area quasi esclusivamente agricola, già alla vigilia della prima guerra mondiale era divenuta la 7a potenza industriale del mondo; l'Italia era tra i pochissimi Stati ad avere raggiunto il pareggio di bilancio ed era il solo Paese al mondo nel quale la carta-moneta era tanto stabile, da fare aggio sull'oro; venne ridotto verticalmente l'analfabetismo e sostenuta la cultura scientifica.
Lo spirito sociale di Vittorio Emanuele III apparve chiaro sin dal suo primo «discorso della Corona» (20 febbraio 1902), scritto di suo pugno e fu di sorprendente apertura alle ragioni della contestazione, che pure era costata la vita al padre, del quale non mancò rammentare l’impegno: «Conviene ora con prudente risolutezza proseguire sulla strada che la giustizia sociale consiglia...in sollievo delle classi lavoratrici... sono felici portati della civiltà nuova l’onorare il lavoro, il confortarlo di equi compensi e di preveggente tutela, l’innalzare le sorti degli obliati dalla fortuna».
Il tema della pace sociale ricorse frequentemente nelle raccomandazioni di Vittorio Emanuele III; nel «discorso della Corona» del 30 novembre 1904, annunciò l’introduzione di un nuovo istituto del quale si sente la mancanza ancor oggi: «L’ardente contrasto fra capitale e lavoro che ora si combatte con la sola arma dello sciopero, fonte di tanti dolori e nel quale vince solamente il più forte, potrà essere in molti casi composto con l’arbitrato che assicuri la vittoria alla giustizia e all’equità,...così un nuovo grande passo nelle vie della civiltà farà regnare sovrana la giustizia nei rapporti tra le classi sociali».
Nel «discorso» del 24 marzo 1909, sostenne: «La politica di ampia libertà ha assicurato, col miglioramento delle classi lavoratrici, le condizioni di una feconda pace sociale, senza arrestare, né ritardare il progresso delle industrie e dei commerci... vorrà il Parlamento proseguire quell’opera di legislazione sociale alla quale coraggiosamente l’Italia si è accinta».
Un nuovo appello al tema sociale lo si ritrova nel «discorso della Corona» del 27 novembre 1913, nel quale Vittorio Emanuele III definì «necessaria conseguenza un indirizzo legislativo ed un’opera di governo diretti ad un tempo a conseguire una più elevata condizione intellettuale, morale ed economica delle classi popolari e a promuovere una più intensa produzione che innalzi il livello della ricchezza nazionale ricordando sempre che massimo coefficiente di prosperità per un popolo è la pace sociale e che solamente un’agricoltura ed un’industria fiorenti possono assicurare il benessere delle classi popolari. Dovremo quindi perfezionare e completare la legislazione sociale a favore dei lavoratori, proseguire ed intensificare quella politica di lavoro alla quale si devono in molta parte i progressi economici compiuti; curare i grandi interessi dell’agricoltura e dell’industria... e poiché il valore di un popolo si commisura dal grado della sua cultura, dobbiamo coi mezzi più efficaci assicurare che l’istruzione popolare sia rapidamente estesa a tutti i cittadini e resa sempre più completa; che si intensifichi l’insegnamento di arti e mestieri e di agricoltura».
Dunque, Vittorio Emanuele III non fu solo il «Re soldato»; soprattutto, non merita di essere ricordato per ciò che di negativo accadde successivamente e che, semmai, il Sovrano tentò di correggere, scontrandosi contro faziosità e neghittosità di chi poi ha rimproverato al Sovrano colpe da addebitare ai suoi detrattori.
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SAVOIA: DOMANI IL CENTENARIO DEL TERRIBILE TERREMOTO DI MESSINA, VITTORIO EMANUELE "I MESSINESI SONO SEMPRE NEL CUORE DI CASA SAVOIA"
Cento anni fa – il 28 dicembre 1908 – un cataclisma senza precedenti devastava le coste calabre e siciliane, cancellando diversi abitati, distruggendo completamente la città di Messina e provocando epidemie e quasi 200.000 morti. Il Principe Vittorio Emanuele, Capo della Real Casa, ha così voluto ricordare l’evento: “Ricordo molto bene i racconti di mio Padre Re Umberto II e di mia nonna la Regina Elen a in merito a quel drammatico evento. In quella circostanza, Re Vittorio Emanuele III e la Regina Elena furono tra i primi a giungere nelle località colpite dalla sciagura, per prestare soccorso ai Superstiti ed organizzare le prime misure operative, quando nessuno ancora osava recarsi nella zona, per la paura di crolli, epidemie e reiterazioni del cataclisma. In particolare mia nonna, la Regina Elena, che aveva studiato allo Smolny di Pietroburgo e parlava il russo, ricordando l’amicizia dello Zar con le Case reali d’Italia e del Montenegro, ottenne l’aiuto degli uomini della flotta zarista, cui si aggiunsero interventi umanitari giunti da tutto il mondo. La dedizione manifestata dai due Sovrani nei giorni successivi fu determinante per alleviare le pene provocate dal flagello e meritò la riconoscenza della popolazione che durò ben oltre il periodo della catastrofe, al punto che, il 26 giugno 1960, ad oltre mezzo secolo da quella sciagura e a 14 anni dalla nascita della repubblica, venne eretto a Messina un monumento alla Regina Elena voluto dal Conte On. Sergio Marullo di Condojanni. Quella tragedia sviluppò una grande solidarietà che fu il cemento all’Unità della Patria e consentì di superare improbe prove negli anni a venire. Un esempio che può e deve servire da guida anche per superare le difficoltà dei giorni nostri. Colgo l’occasione per rivolgere a tutti i cittadini di Messina e di Reggio Calabria il mio saluto più affettuoso ricordando loro che sono sempre rimasti nel cuore di mia nonna la Regina Elena e di Casa Savoia tutta.”

Saturday, December 13, 2008

RICORDANDO GIACOMO PUCCINI

Il 22 dicembre ricorrerà il 150° anniversario della nascita del grande compositore Giacomo Puccini, il quale poté studiare al Conservatorio di Milano, grazie ad una borsa di studio fattagli avere dalla Regina Margherita, che ebbe fiducia in lui, malgrado lo zio materno Fortunato Magi, che lo considerava un allievo non particolarmente dotato e soprattutto poco disciplinato, al punto da definirlo un «falento», ossia una fannullone senza talento.
Giacomo Puccini dedicò il suo celebre “Inno a Roma” alla Principessa Jolanda di Savoia; un inno che ancora oggi viene considerato “fascista” e, pertanto, spesso messo al bando, mentre, invece, venne musicato nel 1919, utilizzando note già utilizzate per l’“Inno a Diana”, che è del 1897.
Puccini musicò l’“Inno a Roma”, su versi di Fausto Salvatori (1870 – 1929), il quale inserì il verso “Tu non vedrai nessuna cosa al mondo, maggior di Roma”, riprendendo il verso di Orazio Flacco Quinto “Possis nihil Urbe Roma visere maius”; ossia, “Tu non potrai mai vedere nulla più grande di Roma”.